Cima Vallona

 

uno dei tralicci.

 

    Non eravamo stati mai a Cima Vallona, neppure il sopravvissuto Marcello Fagnani, forse per un moto dell’anima che voleva come seppellire quel ricordo per molti versi così infamante per chi aveva subdolamente perpretato l’attentato, sapevamo che gli Alpini, che pure avevano subito la perdita di uno dei loro, l’Alpino Piva, avevano eretto una Cappella ed ogni anno Autorità e popolo, come in pellegrinaggio, vi si recavano per evocare quei giorni maledetti e per scongiurare il loro ripetersi. Siamo riusciti a convincere il riluttante Marcello e, dopo Col Moschin, ci siamo trasferiti allo Sporting Hotel di Pieve di Cadore, del sabotatore in congedo Giorgio Piaia, che ci ha accolti con antica calorosa amicizia, per esser presenti il giorno dopo alla Cappella. La giornata era splendida e la folla impressionante. C’era anche una Banda dei Carabinieri.

Raccontare tutti gli eventi è cosa ardua. Ci limitiamo a quelli a noi più vicini. Si constata che è presente il dottor Ruscelli, che allora ricompose le salme e soccorse, letteralmente salvandolo, Marcello Fagnani. Si provoca l’incontro dei due, che subito si abbracciano...e le corde dei sentimenti vibravano. Poi viene il momento dell’intervento del nostro Presidente, che fuori degli schemi rievoca quei giorni: lui c’era. Il bruscio della folla si fa silenzio ed ognuno rivive quei tragici avvenimenti.

Riportiamo il testo dell’intervento, significativo oltre ogni possibile commento:

 

 

 

 

 gruppo dell'ANIE a Cappella Tamai

 

 

“Autorità, Signore, Signori, buon giorno a tutti. Come Presidente Nazionale dell’Associazione Incursori dell’Esercito, ho l’onore di partecipare alla celebrazione odierna. Mi accosto a questo con animo pervaso da due sentimenti, che probabilmente sono così forti e intimamente sofferti perché sopraffatto da ricordi che l’età rende ancor più struggenti. Il rimpianto per la perdita di cari amici e colleghi ed un profondo stato di disagio, conseguente al fatto che questa è la prima volta che vengo quassù ed è questo il mio rammarico. Consentitemi perciò di lasciare che i ricordi fluiscano da me per darmi un po’ di consolazione.

 

 

La testimonianza del nostro Presidente con

   a fianco Marcello Fagnani

 

Io ero uno di loro, ero uno della Compagnia Speciale che dal 23 settembre 1966 sino al 6 maggio 1967 ha svolto gli stessi compiti, ha corso gli stessi pericoli, ha affrontato le stesse insidie mortali che una banda di spregevoli individui aveva disseminato nei luoghi ove sapevano che gli amanti di questa splendida natura avrebbero cercato riposo: i Rifugi. Che meravigliosa esperienza umana e professionale fu quel periodo, dove carabinieri, finanzieri, poliziotti, alpini e sabotatori (così si chiamavano allora gli Incursori) tutti assieme in nuclei misti, ognuno con i propri compiti, si lavorava, incuranti dei disagi e delle fatiche, con equipaggiamenti inadeguati alle estreme condizioni del clima invernale dell’alta montagna, ma con la ferma convinzione che facevamo qualcosa di estremamente importante per la nostra Patria. 

 

                                                           

                                                                                                    

 

                                                          

I  quattro Caduti in un quadro ad olio posto all'interno della Cappella Tamai (a destra).

 

Il Comandante la Compagnia, Capitano cc. par Francesco Gentile era l’uomo giusto per creare l’amalgama tra personale così apparentemente mal assortito. Per noi sabotatori aveva una considerazione particolare, dovuta sì alla consapevolezza di doverci assegnare i compiti più pericolosi, ma anche in virtù di una consolidata amicizia nata nei reparti paracadutisti dove anche lui aveva militato. Era stato mio capo calotta da subalterno nella Brigata Paracadutisti e ci conosceva tutti per nome di battesimo, ufficiali e sottufficiali, il tratto era cortese e determinato, risoluto allorché era necessario prendere decisioni importanti. Un grande Comandante.

Ricordo quel 6 maggio ’67, quando al rientro da una missione in Val Aurina, terminato il rapporto post-missione, vedendomi non del tutto tranquillo mi chiese se avessi qualche problema. Gli risposi: " No, nessun problema, e solo che mia moglie ha finito il tempo da dieci giorni e vorrei sapere qualcosa”. Dopo 30 minuti ero in viaggio per Livorno, nonostante le mie proteste. Dopo due giorni nacque la mia prima figlia. Questo era Gentile. Non l’ho più rivisto.

 

Mario DI LECCE, Sten. Sabotatore, serio posato, anzi troppo serio per la sua età. Ho di lui un ricordo vivissimo perché appena sposati siamo partiti da Livorno per l’Alto Adige e lui mi confidava il suo disagio per aver lasciato la giovane sposa, che aveva 18 anni, da sola. Al che rispondevo che mia moglie era certamente più matura e sopportava meglio la lontananza perché ne aveva 20. Un giorno di gennaio o febbraio del ‘67 mi disse: “Enrico, mia moglie è incinta, come faccio adesso?” Io gli risposi che eravamo proprio due “draghi” perché anche mia moglie era incinta. Ricordo le risate… sino a che pensammo che mal comune mezzo gaudio… trovammo un appartamento a Laives e facemmo venire le nostre mogli che, quantomeno, si tenevano compagnia durante i turni, anche settimanali, che si facevano nei rifugi in alta montagna. Fu un periodo indimenticabile. Ricordo il suo comportamento nei confronti della moglie, così tenero e a volte impacciato davanti a qualche mia battuta un po’ osé, diventava rosso in volto. Povero Mario non ha avuto neanche la gioia di vedere la sua bambina nascere. Non ti ho mai dimenticato.

 

                                                                                                                                 

Olivo DORDI, Serg. Sabotatore. La sua testa rossa non poteva passare inosservata, così come non poteva passare inosservata la sua serietà e dedizione al servizio, la sua voglia di far sempre bene, la disponibilità entusiasta, l’allegria che sprigionava da quel suo carattere estroverso e, nello stesso tempo, contenuto da una timidezza tipica della gente di montagna. Ricordo che non gli piaceva l’acqua, ma caparbiamente non mancava mai ad un addestramento anfibio.

Olivo non ti abbiamo dimenticato.

Alpino Piva, non so nulla di te, so solo che una mente malata, crudele e vile, che alloggiava in un corpo che è assai difficile definire umano, ti ha ucciso, privandoti del diritto ad avere una vita, che comunque fosse stata vissuta, era tua.

Amici cari non vi abbiamo dimenticato e non vi dimenticheremo.

Ho qui vicino a me l’Aiutante Marcello FAGNANI, MAVM, testimone e superstite di quella tragedia. Siamo nati Sabotatori assieme, abbiamo vissuto, nel corso di oltre vent’anni, esperienze le più disparate e pericolose in ogni ambiente operativo e naturale, ho assistito con gioia fraterna al suo recupero fisico e morale, ho conosciuto sua moglie e i suoi figli, ma quasi per un tacito accordo non abbiamo mai parlato di quel tragico episodio perché lui lo ha cancellato. Non accettando nessun compromesso che qualcuno, memore di quanto accadutogli, poteva elargirgli. Si è costruito la propria carriera solo con i suoi meriti, pretendendo non solo di essere trattato come tutti gli altri, ma impartendo a molti colleghi e non lezioni di dirittura morale e dimostrazioni di capacità professionali di eccellenza. Consentitemi di concludere leggendo la motivazione della medaglia d’argento di Marcello Fagnani:

“ Sottufficiale di un reparto speciale per la lotta antisabotaggio in Alto Adige già distintosi per capacità, coraggio e sprezzo del pericolo in numerose operazioni di ricerca e di disattivazione di ordigni esplosivi precollocati da terroristi, mentre si dedicava con sereno e cosciente ardimento allo svolgimento di una rischiosa missione conseguente ad un attentato dinamitardo nel quale aveva trovato la morte un Alpino, veniva gravemente ferito dallo scoppio di una trappola esplosiva subdolamente predisposta. Vinceva con ferma volontà lo strazio della carne martoriata, dando prova di eroico stoicismo”

A riprova dell'interesse suscitato, il giorno dopo

il giornale della valle, Il Corriere delle Alpi, dedi-

cava all'evento l'articolo di apertura in prima pa-

gina, con grande risalto e foto a colori (riprodot-

to qui sopra), più quasi una pagina intera nel- l'interno.

 

                                                   

NOTA STORICA ESSENZIALE: Il Tirolo si divide e diventa a sud italiano dopo la prima Guerra Mondiale, il 10 settembre del 1919 con il trattato di St. Germain. Oggi il Sud Tirolo (Alto Adige) coincide con la provincia autonoma di Bolzano, 459.687 abitanti divisi in gruppo tedesco (67,99%), italiano 27,65%) e ladino (4,36%). A Bolzano, 97 mila abitanti, la maggioranza è italiana (gli italiani sono per 4 quinti nelle città).

La frontiera con l’Austria passa per un breve tratto in Veneto e si conclude con il Friuli delle Alpi Carniche.

Ascolta la Canzone di Cima Vallone

(Di Francesco Guccini)

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